ARTICOLO
02.05.2025
Storia di una neurodivergenza
Di Giada Greco
Sveglia, caffè, telefono scarico. Dove ho messo il caricatore? Oh, quanti messaggi. Ah, dovevo rispondere ai ragazzi, caspita. Lo faccio ora. Uhm? Cos’è questo odore di bruciato? La moka! Avrò chiuso lo sportello della macchina, ieri sera? Devo ritirare la giacca in lavanderia… Quando doveva venire il tecnico per i lavori? Chissà che fine ha fatto quella maglia bellissima che indossavo nel 2018…
Questo carosello di pensieri che si rincorrono, si sovrastano, si mescolano, si parlano sopra vicendevolmente e non ne vogliono sapere di tacere è ciò che accade quotidianamente nella mia testa. Più volte al giorno.
Accade mentre dormo, mentre mi sveglio, mentre mangio, mentre leggo e anche mentre lavoro. Accade sempre, perché il mio cervello non può e non riesce a fermarsi.
Sono Giada, sono una professionista freelance in ambito HR – e non solo – lavoro a un po’ di progetti in contemporanea e, da un anno circa, ho scoperto di essere neurodivergente. Se non sai cosa significa, o ne hai sentito parlare ma in modo confuso, lascia che ti riporti la mia personalissima esperienza.
Non esiste una definizione univoca e ufficiale, essendo un tema relativamente fresco, tuttavia negli anni 90, Judy Singer coniò il termine ‘’Neurodiversity’’, riferendosi all’idea che le variazioni nel funzionamento neurologico umano costituiscono forme naturali di diversità umana, analoghe alla diversità di genere, etnia o orientamento sessuale. Di conseguenza, la neurodivergenza descrive le persone il cui funzionamento neurologico diverge dalle norme sociali dominanti di ciò che è considerato “tipico” o “neurotipico”.
In sintesi: usiamo il termine ‘’neurodivergenza’’ per indicare che il cervello di una persona funziona in modo naturalmente diverso dalla maggior parte delle persone (“neurotipiche”). Queste differenze influenzano come pensa, impara e interagisce con il mondo e sono considerate variazioni normali, non difetti o patologie.
E dunque eccoci qui, in una giornata come tante, scandita da notifiche, post-it sul frigorifero, to-do list, reminder su Calendar e la sensazione di aver dimenticato sempre qualcosa.
Quando ho scoperto di essere neurodivergente il mio primo pensiero è stato di sollievo: tutto ciò che ho sempre recriminato a me stessa, nella vita personale così come in quella professionale, finalmente trovava una spiegazione e assumeva un senso.
Conoscere la neurodivergenza mi ha permesso di conoscere meglio me stessa, comprendere i miei limiti, il mio potenziale e assecondare quei sogni che per anni ho tenuto nascosti nel cassetto, mentre tentavo – con scarsi risultati – di conformarmi quotidianamente a comportamenti, pensieri e obiettivi che, però, non hanno mai fatto realmente parte del mio essere. Se da un lato tutto questo ha portato una ventata di aria fresca nel mio quotidiano, facendomi scoprire nuovi ed entusiasmanti lati del mio essere, dall’altro ha sollevato tanti dubbi e tante domande, uno fra tutti: come posso sopravvivere in un mondo del lavoro che è stato sempre standardizzato ad hoc su una mente neurotipica?
Una delle maggiori difficoltà, per me, è sempre stata dettata dai ritmi lavorativi imposti: il 9-18 non mi è mai andato a genio, e questo perché i miei ‘’picchi produttivi’’ sono sempre imprevedibili. Immaginate di dover scrivere un romanzo: vi sedete alla vostra postazione con un bel caffè caldo, l’entusiasmo a mille e tutte le buone intenzioni del mondo, ma della creatività e ispirazione? Nemmeno l’ombra. E quindi state ore, ore e ore ad attendere un’intuizione, una scintilla che accenda il fuoco della creatività e vi faccia digitare i primi tasti e comporre le prime parole, ma nulla.
Questo è esattamente quello che provavo seduta in ufficio, alla mia scrivania, con un perpetuo sottofondo di pensieri che tutto erano fuorché intuizioni incredibili o lampi di genio. Inutile dirvi che, nei momenti più randomici, mi ritrovavo ad avere picchi di carica incredibili e svolgere in 2-3 ore il lavoro di una giornata intera (e talvolta, quello del giorno successivo). So cosa state pensando: ‘’E il resto delle ore lavorative?’’ semplice: cercavo di far passare il tempo il più velocemente possibile. Ingerivo dosi massicce di caffeina, provando con tutta me stessa a mantenere il focus sulle varie attività che, spesso e volentieri, venivano interrotte da capi, colleghi, chiamate o altri task in sovrapposizione, tutto questo con scarsi risultati e una buona fetta di frustrazione.
Da lì al burnout il passo è stato breve, anzi, subitaneo.
Ho capito che il modo di lavorare odierno, per come è concepito, non è adatto a chiunque, che siamo persone dotate di caratteristiche uniche, irripetibili e che ciascuno di noi funziona bene o meno bene in un determinato contesto. Talvolta, è necessario fermarsi e analizzare attentamente i propri ritmi per comprendere cosa va e cosa non va. In questo, la pandemia ha sicuramente contribuito: la gestione autonoma (anche se non sempre, e non per tutti) del lavoro, ha permesso alle persone di riscoprire tempi e spazi, di accogliere nuove modalità e mettere in discussione il lavoro sino a quel momento. Per me, è stato un momento altamente rivelatorio, nonostante poi le cose si siano ‘’involute’’ nei successivi anni, portandoci a una situazione odierna di ritorno in ufficio, talvolta 5/5 e senza spazio a possibilità ibride.
Alcune imposizioni sociali, specialmente nel mondo del lavoro, gravano sulla persona neurodivergente sia in termini emotivi che fisici. Per fare un esempio concreto, il setting può effettivamente cambiare totalmente la produttività: da persona neurodivergente, l’idea delle 8 ore seduta su una sedia, in un ufficio con luci al neon e scarsa possibilità di muovermi, senza uno straccio di verde è devastante. Se, di contro, dovessi immaginare lo stesso setting, ma in ottica migliorativa (e creando dunque una condizione ‘’ottimale’’) probabilmente la situazione cambierebbe drasticamente: la possibilità di effettuare, ad esempio, pause frequenti per uscire e respirare aria fresca e assorbire un po’ di luce naturale mi permetterebbe di essere più attiva, attenta e sul pezzo. Uniamoci, magari, una stanza dove poter svolgere le attività più intense, senza alcun tipo di distrazione e abbiamo ottenuto la condizione ottimale di lavoro.
Costo? Zero
Impegno? Minimo
Da questa riflessione sorge un ulteriore grande quesito: rendere il lavoro e gli spazi di lavoro realmente inclusivi, è così oneroso?
Risposta breve: no.
Oneroso è il fermarsi a riflettere su tutto quanto, il dover mettere in discussione modelli che sono basati su certezze e assetti superati, la premura di comprendere che ogni persona è diversa e ha esigenze diverse. Questo potrebbe essere oneroso.
Ma è anche profondamente necessario affinché avvenga un reale cambiamento nel paradigma del lavoro odierno.
Se è vero che il cervello non è esclusivamente ‘’neurotipico’’, che ha un funzionamento diverso a seconda dell’individuo e che questo può avere risvolti positivi non solo in termini di produttività ma anche di benessere psico-fisico, allora è anche vero che un nuovo approccio al mondo del lavoro è possibile e necessario.
Personalmente, ho dovuto mettere in discussione tante cose, ho dovuto fare un bilancio sostanzioso della mia vita fino a oggi e ho dovuto anche soppesare i pro e i contro di determinate scelte, ma alla fine ho deciso ciò che è meglio per me.
Sono passata alla libera professione, un volo pindarico senza paracadute che, però, mi ha permesso di essere libera di esprimere tutto il mio potenziale e la mia creatività, assecondando i miei ritmi e tempi naturali.
Scegliere su quali progetti lavorare, quali clienti affiancare e come gestire il mio quotidiano, è stato sicuramente un grande punto di svolta.
In questo, ho deciso però di mantenere il mio purpose vivo e aiutare non solo i singoli, ma anche le imprese, a ragionare sui temi della diversità, dell’inclusione e del new way of working. La mia esperienza mi ha dato tanto e mi ha permesso, e permette tutt’ora, di vedere le cose da una prospettiva più ampia, differente. È questo che ha contribuito alla mia felicità: aiutare ad aiutare, aiutare a comprendere che la diversità è un enorme asset ma che va compresa e ascoltata, perché di Culture Washing il mondo è pieno, e le parole lasciano il tempo che trovano.
La diversità va vista come un asset, un arricchimento e mai come un ostacolo.
Giada Greco, HR Strategist, CHO e Content Writer di giorno e gamer, lettrice accanita e progettista di sogni di notte. Mi giostro quotidianamente tra il mio lato analitico e pratico e quello creativo, con l’obiettivo di guidare le organizzazioni verso un cambiamento positivo… un sorriso alla volta.