ARTICOLO
03.09.2026
Scienza della Felicità
Di Veruscka Gennari , CEO 2BHappy
03.09.2026
Scienza della Felicità
Di Veruscka Gennari , CEO 2BHappy
La Scienza della Felicità è un campo interdisciplinare di ricerca e applicazione che studia le condizioni individuali, relazionali, sociali e sistemiche che contribuiscono al benessere e a una vita percepita come significativa e degna di essere vissuta. Nel modello 2BHappy queste conoscenze vengono integrate e rese accessibili per allenare la felicità come competenza, senza ridurla a emozione positiva, soddisfazione o responsabilità esclusivamente individuale.
Parlare di felicità può sembrare semplice. Non lo è.
La parola appartiene contemporaneamente alla filosofia, alla psicologia, all’economia, alla medicina, alle scienze sociali, alla cultura e all’esperienza quotidiana di ciascuno di noi.
Per secoli l’umanità si è interrogata su che cosa significhi vivere bene.
Negli ultimi decenni quella domanda è diventata anche oggetto di ricerca empirica.
È in questo spazio di convergenza che collochiamo la Scienza della Felicità.
Uno dei primi equivoci riguarda la parola stessa.
Felicità non significa essere continuamente allegri, soddisfatti o attraversati da emozioni piacevoli.
Le emozioni sono stati transitori. Arrivano, cambiano, passano.
Una vita piena comprende entusiasmo e gioia, ma anche paura, rabbia, tristezza, fatica, incertezza e dolore.
Per questo chiedere alle persone di “essere felici” è non solo poco realistico, ma può diventare persino dannoso.
La felicità che interessa alla ricerca è più ampia.
Riguarda anche:
La felicità non è uno stato da mantenere. È una qualità dell’esperienza umana che può essere coltivata nel tempo.
Una distinzione importante attraversa da tempo la ricerca sul wellbeing.
La dimensione edonica riguarda prevalentemente piacere, emozioni, soddisfazione e valutazione positiva della propria vita.
La dimensione eudaimonica riguarda invece il vivere in modo coerente con ciò che per noi ha valore: significato, crescita, espressione delle proprie capacità, relazioni, scopo, contributo.
Non consideriamo queste dimensioni alternative. Una vita buona non richiede di scegliere tra piacere e significato.
La difficoltà nasce quando la felicità viene ridotta a una sola delle due.
Una persona può attraversare un momento faticoso e contemporaneamente percepire che ciò che sta facendo ha senso. Può provare piacere e benessere in un’esperienza che non contribuisce necessariamente alla propria crescita. Può essere soddisfatta di alcuni aspetti della vita e profondamente insoddisfatta di altri.
La complessità della felicità sta anche qui.
Con Scienza della Felicità non intendiamo una singola disciplina accademica autonoma.
Utilizziamo questa espressione per indicare la convergenza di più campi di ricerca che studiano aspetti differenti del benessere umano e collettivo.
Ne fanno parte, con prospettive e metodologie differenti:
La forza della Scienza della Felicità non sta nell’esistenza di una teoria unica, ma nella convergenza di discipline differenti intorno ad alcune grandi domande sul funzionamento umano.
Questa impostazione interdisciplinare appartiene al nostro lavoro fin dalle origini: nel libro Chief Happiness Officer definivamo la Scienza della Felicità come l’insieme di informazioni, ricerche e pratiche provenienti da discipline diverse che permettono di comprendere la felicità oltre la sola dimensione emotiva.
Uno dei contributi centrali del modello 2BHappy è considerare la felicità una competenza.
Non significa che ciascuno possa decidere arbitrariamente quanto essere felice. Non significa che condizioni economiche, salute, ambiente sociale, discriminazioni, lavoro o eventi di vita non contino. Non significa trasferire sull’individuo la responsabilità di qualsiasi forma di malessere.

Significa riconoscere che esistono comportamenti, capacità e condizioni che possiamo apprendere, allenare e coltivare e che contribuiscono alla qualità della nostra vita.
Possiamo imparare a:
Allenare la felicità non significa imparare a essere sempre felici. Significa aumentare le competenze con cui abitiamo la nostra vita.
La parola “competenza” può diventare pericolosa se viene isolata dal contesto. Dire che la felicità può essere allenata non significa dire:
“Se non stai bene, devi impegnarti di più.”
Un ambiente di vita o di lavoro può sostenere oppure ostacolare sistematicamente il benessere.
La felicità è contemporaneamente individuale, relazionale e sistemica.
È proprio questo passaggio che permette alla Scienza della Felicità di incontrare le Organizzazioni Positive.
Un passaggio importante nella storia contemporanea della ricerca sul benessere è rappresentato dal World Happiness Report.
La sua importanza non sta nell’aver trovato una misura definitiva della felicità. Una misura definitiva probabilmente non esiste.
Il suo valore sta nell’aver contribuito a rendere il wellbeing una variabile osservabile, confrontabile e rilevante anche per le decisioni economiche, sociali e politiche.
Il World Happiness Report utilizza prevalentemente valutazioni soggettive della vita e analizza il loro rapporto con differenti condizioni economiche e sociali.
Il World Happiness Report non misura “tutta la felicità”. Misura una sua dimensione attraverso strumenti dichiarati e comparabili.
Una misura può essere parziale senza essere inutile. Il vero salto culturale consiste nell’aver iniziato a porre una domanda diversa:
non soltanto “Quanto cresce un Paese?”
ma anche “Come stanno le persone che vi vivono?”
Nel libro Chief Happiness Officer avevamo già inserito il World Happiness Report tra gli strumenti internazionali utilizzati per osservare wellbeing e qualità della vita, sottolineando contemporaneamente il valore e la parzialità di questo tipo di misurazioni.
Ogni anno, in occasione del 20 marzo, Giornata Internazionale della Felicità, e della pubblicazione del nuovo World Happiness Report, siamo impegnati a contribuire alla divulgazione, alla comprensione e all’utilizzo dei dati emersi, approfondendo anche le specifiche verticali di ricerca che il Report propone di anno in anno.
Approfondisci sul sito ufficiale del World Happiness Report
La Scienza della Felicità non nasce da un unico autore né da una singola scuola.
Negli anni si sono sviluppati centri di ricerca, programmi universitari e linee di studio che hanno contribuito a costruire un corpus sempre più articolato.
Il Greater Good Science Center di Berkeley rappresenta uno dei riferimenti internazionali più conosciuti nella ricerca e divulgazione su wellbeing, relazioni, compassione, gratitudine, significato e felicità.
La relazione con il lavoro di 2BHappy non nasce oggi: il Greater Good Science Center era già indicato nei nostri primi lavori come una delle realtà internazionali impegnate nella Scienza della Felicità e nella sua applicazione anche al lavoro.
Un altro riferimento importante è il lavoro di Sonja Lyubomirsky, che ha studiato per anni il benessere soggettivo e le cosiddette attività intenzionali: comportamenti e pratiche che possono contribuire al wellbeing in determinate condizioni.
Il suo lavoro è interessante anche perché mostra l’evoluzione della ricerca stessa.
Il famoso modello che attribuiva percentuali relativamente precise a genetica, circostanze e attività intenzionali è stato negli anni discusso, precisato e riletto.
Il nostro stesso libro del 2020 ricordava le revisioni e le critiche successive alla prima formulazione del cosiddetto “pie chart”.
Per noi il punto non sono quindi le percentuali.
Il punto scientificamente e pedagogicamente importante è che i geni non rappresentano un destino immutabile e alcune condizioni e pratiche possono essere modificate e allenate.
Anche il lavoro di Tal Ben-Shahar è significativo per l’evoluzione verso una prospettiva interdisciplinare.
Il passaggio dalla sola Positive Psychology agli Happiness Studies sottolinea proprio la necessità di integrare contributi provenienti da psicologia, filosofia, economia, scienze sociali e altri campi.
Ed è una direzione profondamente coerente con il modo in cui 2BHappy ha sempre interpretato la Scienza della Felicità: non una disciplina chiusa, ma un territorio di convergenza.
Siamo impegnati in questo lavoro di divulgazione e ricerca dal 2015. Nel tempo abbiamo raccolto, organizzato e messo a disposizione un’ampia bibliografia, sitografia ed emerografia sui principali filoni scientifici che contribuiscono allo studio della felicità, del wellbeing e del flourishing.
Per approfondire autori, studi e ricerche, vi invitiamo a esplorare IIPO e la sezione Ipofy, dove raccogliamo contributi e materiali dedicati alla Scienza della Felicità e alle sue applicazioni.
Parlare seriamente di Scienza della Felicità significa parlare anche delle sue critiche.
Anzi, riteniamo che una parte di queste critiche sia stata necessaria.
Già nel 2020 dedicavamo un’intera sezione alle “Voci Contro”, individuando alcuni rischi:
La posizione che esprimevamo allora ed ora era netta: “Siamo d’accordo, eccome se siamo d’accordo.”
Il rischio di manipolazione e superficialità è reale.
La felicità diventa tossica quando:
Dire a una persona esausta di essere più positiva non è Scienza della Felicità.
Fare mindfulness in un’organizzazione che continua a produrre sovraccarico cronico non risolve il problema organizzativo.
Chiedere gratitudine a chi percepisce ingiustizia non elimina l’ingiustizia.
La Scienza della Felicità perde significato quando viene utilizzata per adattare le persone a condizioni che dovrebbero invece essere trasformate.
Esiste però anche il rischio opposto.
Poiché felicità e psicologia positiva sono state banalizzate, commercializzate o utilizzate superficialmente, potremmo concludere che parlare scientificamente di felicità sia ingenuo o privo di fondamento.
Per noi sarebbe un’altra semplificazione.
Gli abusi di un costrutto non cancellano la ricerca che lo studia.
Negare la dimensione eudaimonica dell’esperienza umana perché la felicità è stata banalizzata significa produrre una nuova polarizzazione:
dall’obbligo di essere felici
alla negazione della possibilità stessa di studiare scientificamente ciò che permette alle persone, alle comunità e alle organizzazioni di vivere e funzionare meglio.
Dobbiamo farlo. Ma possiamo contemporaneamente riconoscere decenni di ricerca su:
La posizione di 2BHappy non è difendere la felicità da ogni critica. È difenderne la complessità.
La natura interdisciplinare della Scienza della Felicità è uno dei suoi punti di forza.
È anche uno dei motivi per cui può diventare difficile da utilizzare.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di svolgere una funzione precisa: studiare la complessità senza trasferire tutta quella complessità sulle persone che devono utilizzarla.
Rendere memorabili concetti complessi senza svuotarli del loro significato.
Questa funzione era già esplicita nel lavoro di 2BHappy descritto nel 2020: distillare e divulgare informazioni corrette, sviluppare pratiche, fare ricerca e formare professionisti competenti sui linguaggi della Scienza della Felicità.
Il risultato più evidente di questo lavoro di distillazione sono i quattro pilastri della Scienza della Felicità.
I quattro pilastri della Scienza della Felicità rappresentano la sintesi attraverso cui 2BHappy organizza i principali nuclei ricorrenti della letteratura e li rende comprensibili e utilizzabili da persone e organizzazioni.
Sono una grammatica di sintesi.
Nel libro Chief Happiness Officer li definivamo già il risultato di uno “sforzo di sintesi estremo” costruito per permettere a individui e organizzazioni di ricordare su quali dimensioni concentrare attenzione ed energie.
I quattro pilastri sono:
Il modello era già sintetizzato in questa forma nel 2020.
Il primo pilastro riguarda la dimensione relazionale e collettiva della felicità.
La ricerca sul benessere mostra con continuità che la qualità delle relazioni, il supporto sociale, la fiducia, il senso di appartenenza e la possibilità di contribuire agli altri sono componenti centrali della qualità della vita.
Nel modello 2BHappy raccogliamo questo insieme di evidenze nella polarità NOI – IO.
NOI non significa rinunciare all’IO.
Autonomia, identità, libertà individuale, capacità di scegliere e di esprimere la propria unicità sono dimensioni essenziali del funzionamento umano. Ma l’autonomia non coincide con l’isolamento.
L’essere umano costruisce una parte decisiva del proprio benessere nella relazione e attraverso la relazione.
Per questo parliamo di capitale sociale: la qualità e la disponibilità delle reti di relazioni fondate su fiducia, reciprocità, cooperazione e possibilità di dare e ricevere supporto.
Non conta soltanto quante persone conosciamo.
Conta la qualità dei legami che siamo capaci di costruire, mantenere e rendere generativi.
Nel nostro lavoro questo principio è presente fin dalle origini: abbiamo descritto il capitale sociale come la capacità di costruire nel tempo relazioni solide e di fiducia e abbiamo collegato il NOI a comportamenti come cooperare, supportare ed essere supportati, ascoltare, condividere informazioni, dedicare tempo agli altri e contribuire.
La polarità NOI – IO ci aiuta quindi a osservare una tensione fondamentale.
Il punto non è scegliere tra individuo e collettività. È coltivare la qualità della loro interdipendenza.
Questo vale nella vita e diventa particolarmente evidente nelle organizzazioni.
Un gruppo di persone non diventa una comunità semplicemente perché lavora nello stesso luogo o appartiene allo stesso organigramma.
Il capitale sociale cresce quando esistono condizioni che rendono possibile fidarsi, chiedere aiuto, scambiarsi informazioni, cooperare, riconoscersi, attraversare il conflitto senza rompere il legame e contribuire a risultati che nessuno potrebbe generare da solo.
Ed è altrettanto vero il contrario: culture ipercompetitive, comportamenti opportunistici, processi che isolano le persone o sistemi che premiano esclusivamente il risultato individuale possono progressivamente consumare il capitale sociale.
Già nei nostri primi lavori sulla Scienza delle Organizzazioni Positive avevamo messo in evidenza il rapporto tra fiducia, reciprocità, capitale sociale e qualità della vita, sottolineando che senza legami diventa difficile costruire sia relazioni sia benessere.
Per 2BHappy, quindi, allenare il NOI significa sviluppare la capacità di costruire relazioni che aumentano, anziché consumare, le possibilità dell’IO e del sistema di cui fa parte.
Non significa “stare tutti bene insieme”.
Significa creare legami sufficientemente solidi da permettere alle persone di esprimersi, cooperare, contribuire, chiedere e offrire aiuto, costruire fiducia e generare valore insieme.
Una parte fondamentale della felicità non è dentro di noi: accade tra noi.
Il secondo pilastro riguarda la consapevolezza di sé, il rapporto con bisogni e valori, il significato che attribuiamo a ciò che viviamo e la possibilità di orientare la nostra esistenza in modo coerente con ciò che per noi conta davvero.
Nel modello 2BHappy raccogliamo queste dimensioni nella polarità ESSERE – FARE E AVERE.
ESSERE non significa smettere di fare, rinunciare ai risultati o considerare irrilevante ciò che possediamo.
Fare e avere fanno parte della vita. Lavoriamo, produciamo, costruiamo, desideriamo, raggiungiamo obiettivi, utilizziamo risorse.
Il problema nasce quando fare e avere smettono di essere strumenti e diventano il criterio attraverso cui definiamo il nostro valore, la nostra identità e la qualità della nostra vita.
Nei nostri primi lavori descrivevamo questo passaggio in modo molto netto: quando la felicità dipende da ciò che facciamo, possediamo o mostriamo, queste dimensioni diventano condizioni necessarie per sentirci sufficientemente “essere”. Quando cresce la consapevolezza, invece, fare, avere e apparire possono tornare a essere mezzi attraverso cui esprimiamo ciò che siamo, non la fonte da cui dipende il nostro valore.
Per questo ESSERE significa innanzitutto consapevolezza: dei propri bisogni e valori, delle proprie risorse e vulnerabilità, delle energie disponibili, di ciò che genera senso e delle direzioni alle quali desideriamo contribuire.
Ma l’Essere non è introspezione fine a se stessa.
Conoscersi diventa rilevante quando permette di scegliere con maggiore coerenza che cosa fare, a che cosa dedicare energia, quali risultati perseguire e quale significato attribuire alle proprie azioni.
È qui che questo pilastro incontra alcune delle dimensioni centrali del wellbeing eudaimonico: meaning e purpose.
Avere uno scopo non significa necessariamente trovare una grande missione esistenziale. Significa poter riconoscere perché ciò che facciamo conta, quali valori vogliamo esprimere e quale contributo desideriamo generare.
Il purpose, nella nostra lettura, non è uno slogan da trovare. È una bussola da coltivare.
Può cambiare nel tempo, perché anche la consapevolezza evolve. Non produce una risposta definitiva alla domanda “chi sono?”, ma una capacità crescente di restare in relazione con quella domanda.
Anche qui la polarità è essenziale. Il pilastro non dice meno azione, meno ambizione, meno risultati.
Dice qualcosa di diverso: evitare che l’azione perda il legame con chi siamo e con ciò che consideriamo importante.
Il Fare può essere una straordinaria forma di espressione dell’Essere: costruire un’impresa, educare, creare, competere, prendersi cura, realizzare un progetto, produrre risultati.
E anche l’Avere ha un ruolo reale: sicurezza economica, risorse, opportunità e condizioni materiali incidono sul benessere.
La questione cambia quando fare e avere diventano la misura permanente del nostro valore.
La questione non è quanto facciamo. È da dove stiamo facendo ciò che facciamo.
Questo diventa particolarmente evidente nel lavoro.
Il lavoro può essere una fonte importante di identità, crescita, significato e contributo. Ma può anche diventare il luogo nel quale Essere e Fare finiscono per sovrapporsi.
Fino al punto in cui alla domanda “chi sei?” rispondiamo quasi automaticamente con “che lavoro fai?”
Per 2BHappy questa sovrapposizione merita attenzione.
Un’organizzazione non dovrebbe chiedere alle persone soltanto che cosa sanno fare. Dovrebbe creare condizioni nelle quali possano comprendere perché ciò che fanno conta, esprimere capacità e valori e riconoscere il proprio contributo dentro qualcosa di più ampio.
È qui che entra anche il purpose organizzativo: non come dichiarazione calata dall’alto, ma come possibilità di costruire e riconoscere un significato condiviso nell’esperienza di lavoro.
La polarità ESSERE – FARE E AVERE non ci chiede quindi di scegliere un polo.
Un eccesso di FARE E AVERE può trasformare risultati, produttività, riconoscimento e possesso nell’unica misura del valore.
Ma un ESSERE scollegato dall’azione rischierebbe di diventare introspezione senza realizzazione, intenzione senza responsabilità, valori dichiarati senza comportamenti.
L’Essere ha bisogno del Fare per prendere forma. Il Fare ha bisogno dell’Essere per avere direzione.
Per 2BHappy, allenare ESSERE – FARE E AVERE significa sviluppare sufficiente consapevolezza da poter fare, avere e raggiungere risultati senza consegnare completamente a ciò che facciamo, possediamo o dimostriamo la definizione del nostro valore.
Non si tratta di fare meno. Si tratta di fare in modo che ciò che facciamo continui ad avere un legame con ciò che siamo.
Il terzo pilastro riguarda la dimensione corporea e fisiologica dell’esperienza umana.
Nel modello 2BHappy la raccogliamo nella polarità CHIMICA POSITIVA – CHIMICA NEGATIVA, un’espressione nata per rendere immediatamente comprensibile un principio fondamentale: ciò che viviamo lascia continuamente una traccia nel corpo.
Relazioni, ambienti, pensieri, ritmi, sonno, movimento, recupero, alimentazione e stress partecipano alla qualità della nostra esperienza. Corpo e mente non lavorano in compartimenti distinti.
Quando abbiamo costruito questo pilastro utilizzavamo “chimica positiva” e “chimica negativa” per distinguere, in modo divulgativo, condizioni che tendono a sostenere sicurezza, connessione e disponibilità di risorse da condizioni che richiedono maggiore adattamento e mobilitazione.
Oggi è importante precisarlo meglio: non esistono sostanze biologiche semplicemente positive o negative. Cortisolo, adrenalina, dopamina, ossitocina e altri mediatori svolgono funzioni necessarie e dipendenti dal contesto.
La polarità descrive quindi qualcosa di più profondo: la capacità dell’organismo di mobilitarsi quando serve e di tornare a condizioni di recupero e regolazione quando quella mobilitazione non è più necessaria.
La risposta di stress, infatti, non è di per sé un problema. Ci permette di reagire, concentrarci, sostenere uno sforzo e affrontare una sfida. La criticità emerge quando attivazione e recupero perdono il loro equilibrio: l’urgenza diventa permanente, le pause scompaiono, il sonno non rigenera, la pressione relazionale si somma a quella operativa.
Per 2BHappy, quindi, la domanda non è: “Come eliminiamo lo stress?”
ma: “Questo sistema sa alternare mobilitazione e recupero oppure chiede alle persone di restare continuamente attivate?”
Anche la qualità delle relazioni entra in questo equilibrio. Sentirsi riconosciuti o svalutati, inclusi o esclusi, ascoltati o ignorati, trattati con equità o ingiustizia sono esperienze relazionali che hanno anche una dimensione corporea.
Ciò che accade tra le persone entra anche nel corpo delle persone.
È proprio per questo che Chimica positiva – Chimica negativa non significa emozioni positive obbligatorie. Paura, rabbia, tristezza e frustrazione sono parte dell’esperienza umana e contengono informazioni importanti.
Una buona regolazione non elimina le emozioni spiacevoli: permette di attraversarle senza doverle negare e senza rimanere stabilmente bloccati nell’attivazione.
È l’esatto contrario della toxic positivity.
Allenare questo pilastro significa quindi sviluppare maggiore consapevolezza fisiologica e capacità di regolazione: riconoscere i segnali del corpo, comprendere che cosa consuma le nostre risorse, sapere quando accelerare e quando recuperare.
Nel nostro lavoro questa consapevolezza si traduce spesso in una domanda molto semplice:
Che cosa mi nutre e che cosa mi prosciuga?
E, passando dalla persona all’organizzazione:
Che cosa, nella nostra cultura, nei nostri comportamenti e nei nostri processi, nutre oppure prosciuga le energie delle persone?
Per 2BHappy, allenare CHIMICA POSITIVA – CHIMICA NEGATIVA significa imparare a costruire una relazione più consapevole con il proprio sistema corporeo e creare contesti nei quali l’attivazione necessaria alla vita e al lavoro non diventi consumo cronico.
Non dobbiamo essere sempre rilassati. Dobbiamo poter tornare a esserlo.
Il quarto pilastro riguarda la capacità di trasformare conoscenza, intenzioni e consapevolezza in comportamenti che possono essere allenati nel tempo.
Nel modello 2BHappy raccogliamo questa dimensione nella polarità DISCIPLINA – CAOS.
Possiamo conoscere molto bene ciò che contribuisce al nostro benessere. Sapere che le relazioni contano, che il corpo ha bisogno di recupero, che alcune attività ci nutrono e altre ci prosciugano.
Ma sapere non significa necessariamente fare.
Se la felicità è anche una competenza, allora implica allenamento.
Una competenza richiede scelta, pratica, ripetizione, apprendimento e capacità di correggere nel tempo ciò che facciamo.
Per questo la Disciplina è, nel modello 2BHappy, il pilastro che permette agli altri tre di diventare esperienza concreta.
Già nei nostri primi lavori scrivevamo che le pratiche capaci di sostenere il wellbeing devono essere intenzionali, significative, personali, costanti e coinvolgenti. Non si tratta semplicemente di “passare dalla teoria alla pratica”, ma di costruire progressivamente comportamenti e abitudini coerenti con ciò che abbiamo riconosciuto come importante.
Qui il lavoro di Sonja Lyubomirsky e dei suoi collaboratori rappresenta un riferimento importante.
La ricerca sulle positive activities ha contribuito a spostare la domanda da una logica semplicistica — “quali attività rendono felici?” — a una molto più utile:
per chi, in quali condizioni e con quali modalità una determinata pratica può contribuire al wellbeing?
Motivazione, intensità e frequenza della pratica, varietà e soprattutto corrispondenza tra persona e attività contano.
Questo è coerente con un principio che utilizziamo da anni: one size doesn’t fit all.
Una pratica non funziona perché compare in una lista delle “abitudini delle persone felici”. Deve essere scelta, avere senso, essere compatibile con la vita reale, essere sperimentata abbastanza a lungo da poterne osservare gli effetti e poter essere modificata quando non serve più.
È anche per questo che disciplina non significa rigidità.
Per noi è piuttosto la capacità di proteggere nel tempo ciò che abbiamo riconosciuto come importante, evitando che venga continuamente cancellato dall’urgenza.
Il polo del CAOS ci ricorda però qualcosa di altrettanto importante: una routine può diventare automatismo, una pratica può smettere di funzionare, una disciplina può trasformarsi in un nuovo dovere.
La disciplina rende possibile la continuità. Il caos impedisce alla continuità di diventare rigidità.
C’è poi un elemento decisivo: l’allenamento deve rimanere una scelta.
Un’organizzazione può creare opportunità, offrire strumenti, proteggere tempo e rendere più facili comportamenti sostenibili.
Non dovrebbe trasformare il wellbeing in un altro obbligo.
Per questo parliamo di disciplina intenzionale, non di obbedienza.
E anche qui la dimensione individuale non può essere separata dal sistema.
Possiamo chiedere a una persona di proteggere la concentrazione, ma se ogni processo produce interruzioni quella competenza dovrà continuamente combattere contro il contesto.
Possiamo parlare di recupero, ma se la cultura premia la disponibilità permanente, la responsabilità non può ricadere soltanto sull’individuo.
La disciplina individuale ha bisogno di condizioni organizzative che non la sabotino.
È qui che il pilastro incontra ancora una volta le Organizzazioni Positive: non basta insegnare alle persone abitudini migliori; occorre costruire cultura, comportamenti e processi che rendano realmente praticabili quelle abitudini.
Gli altri tre pilastri ci aiutano a comprendere che cosa coltivare:
La DISCIPLINA pone l’ultima domanda: quanto di ciò che sappiamo riesce davvero a diventare vita?
Per 2BHappy, allenare DISCIPLINA – CAOS significa scegliere intenzionalmente pratiche coerenti con ciò che ci fa bene, coltivarle abbastanza a lungo da apprendere da esse e restare sufficientemente flessibili da modificarle quando cambiamo noi o cambia il contesto.
La felicità non si allena facendo tutto ciò che sappiamo essere utile. Si allena imparando a scegliere, praticare e proteggere ciò che per noi conta.
Nel tempo sono nati numerosi modelli che organizzano wellbeing e flourishing in tre, cinque, sei o più dimensioni.
Sono tassonomie che possono essere utili e rispondere a finalità differenti.
I quattro pilastri 2BHappy non pretendono di essere l’unica tassonomia scientificamente possibile della felicità.
Sono la nostra sintesi proprietaria dei principali nuclei ricorrenti che abbiamo identificato nella letteratura e nella pratica.
Nel tempo abbiamo continuato a confrontarli con nuove ricerche. Le conoscenze aumentano. I linguaggi evolvono. Alcune spiegazioni scientifiche vengono aggiornate.
Ma i nuovi contributi continuano a trovare una collocazione coerente dentro questi quattro grandi nuclei. Una tassonomia non diventa automaticamente più rigorosa perché contiene una dimensione in più.
Aggiungere o sottrarre categorie può essere utile quando emerge una reale necessità scientifica o applicativa.
Non è necessario farlo semplicemente per produrre un modello diverso.
La semplicità, quando riesce a contenere la complessità senza tradirla, è un valore.
La Scienza della Felicità diventa realmente utile quando la conoscenza incontra la pratica.
Una pratica efficace per una persona può essere neutra per un’altra. Una routine può funzionare in una fase della vita e richiedere di essere modificata in un’altra. Le condizioni contano. Il contesto conta. Le differenze individuali contano.
Allenare la felicità come competenza non significa applicare una ricetta universale, ma sviluppare maggiore capacità di riconoscere e costruire le condizioni che sostengono il proprio benessere e quello dei sistemi di cui facciamo parte.
La Scienza della Felicità ci aiuta a comprendere quali dimensioni contribuiscono alla qualità dell’esperienza umana.
L’Energy Management rappresenta il modello operativo attraverso cui 2BHappy traduce queste conoscenze nella capacità di riconoscere, utilizzare, proteggere e rigenerare le energie necessarie per vivere e agire.
L’Energy Management è il modello operativo attraverso il quale alleniamo la felicità come competenza.
Le quattro energie dialogano in modo privilegiato con i quattro pilastri:
Queste associazioni non costituiscono compartimenti rigidi.
Le energie e i pilastri sono profondamente interdipendenti. Una relazione significativa può nutrire energia emotiva, fisica, mentale e spirituale.
Un sonno insufficiente può alterare attenzione, emozioni, capacità relazionale e percezione di senso.
Una routine può sostenere simultaneamente più energie.
I quattro pilastri aiutano a comprendere dove allenare la felicità. Le quattro energie aiutano a osservare con quali risorse viviamo e agiamo.
La Scienza della Felicità non riguarda soltanto individui. Il passaggio decisivo avviene quando ci chiediamo: quali condizioni crea il sistema nel quale quelle persone vivono e lavorano?
Nel nostro lavoro, il collegamento tra Scienza della Felicità e Organizzazioni Positive rappresenta una parte fondamentale del contributo sviluppato da 2BHappy.
Già nel 2020 descrivevamo questo lavoro come un ponte tra due campi che si erano osservati ma raramente integrati in maniera strutturata.
La Scienza della Felicità ci aiuta a comprendere il funzionamento umano.
Le Organizzazioni Positive utilizzano queste conoscenze per interrogarsi sulle condizioni di sistema.
La domanda non è quindi: “Come rendiamo più felici i dipendenti?”, ma: “Quali condizioni stiamo generando attraverso il modo in cui questa organizzazione funziona?”
Portare la Scienza della Felicità nelle organizzazioni espone a un rischio particolarmente evidente: utilizzare il wellbeing come strumento per aumentare la produttività.
Se la felicità viene considerata importante soltanto perché produce più engagement, retention o performance, la dimensione umana torna a essere subordinata a quella economica.
Il benessere delle persone ha valore anche quando non possiamo trasformarlo immediatamente in un indicatore economico.
Contemporaneamente, un’organizzazione deve produrre valore, servire clienti e mantenersi sostenibile.
È per questo che la Scienza della Felicità incontra nel modello 2BHappy il principio dell’Equilibrio Umano ed Economico.
Non persone contro performance. Non wellbeing utilizzato per ottenere performance.
Ma una domanda più complessa: come possiamo costruire sistemi capaci di produrre valore senza compromettere le condizioni umane che rendono possibile quel valore?
Non è pensiero positivo
Pensare positivo può essere utile in alcune circostanze. Non definisce la Scienza della Felicità.
Nessuno deve essere continuamente felice. Le emozioni spiacevoli svolgono funzioni essenziali.
Non esiste una routine capace di produrre gli stessi risultati per tutte le persone.
La psicologia positiva rappresenta uno dei contributi fondamentali del campo, ma la Scienza della Felicità, così come la intendiamo, è interdisciplinare.
Le condizioni sociali, economiche, relazionali e organizzative incidono profondamente sul wellbeing.
Il wellbeing può entrare in relazione con performance e funzionamento organizzativo. Ma il suo valore umano non dipende dalla capacità di generare un ritorno economico.
La ricerca sul wellbeing continua a evolvere.
Per noi questo non indebolisce la Scienza della Felicità.
È esattamente ciò che deve accadere in un campo che vuole restare scientifico.
Essere fedeli alla ricerca non significa difendere per sempre ciò che abbiamo imparato ieri. Significa essere disponibili ad aggiornare il modo in cui lo raccontiamo quando le evidenze cambiano.
È per questo che oggi non utilizziamo più alcune semplificazioni neurobiologiche o percentuali che avevano avuto grande diffusione negli anni passati.
Il nucleo rimane. Le spiegazioni diventano più rigorose.
La Scienza della Felicità appartiene al DNA di 2BHappy fin dalle sue origini.
Nel libro Chief Happiness Officer descrivevamo già quattro impegni:
Nel 2018 La Scienza delle Organizzazioni Positive aveva già raccolto una parte importante delle fonti interdisciplinari che avevano contribuito alla costruzione del nostro approccio, da Csikszentmihalyi e Fredrickson a Lyubomirsky, Layard e al World Happiness Report.
Nel 2020 Chief Happiness Officer ha poi dedicato un intero capitolo alla Scienza della Felicità, ai suoi quattro pilastri, alla misurazione e alle critiche al costrutto.
Il lavoro continua oggi attraverso IIPO e 2BHappy, collegando Scienza della Felicità, Organizzazioni Positive, Energy Management ed Equilibrio Umano ed Economico.
Possiamo partire da quattro domande.
La felicità non è una destinazione da raggiungere. È una competenza che continuiamo a coltivare.
Che cos’è la Scienza della Felicità?
La Scienza della Felicità è un campo interdisciplinare di ricerca e applicazione che studia le condizioni individuali, relazionali, sociali e sistemiche associate al wellbeing, al flourishing e alla qualità della vita.
No. La psicologia positiva ne rappresenta uno dei contributi più importanti, ma la Scienza della Felicità, così come la intendiamo in 2BHappy, integra conoscenze provenienti anche da economia, scienze sociali, salute, neuroscienze, studi organizzativi e altri campi.
Alcune capacità, comportamenti e condizioni associate al wellbeing possono essere apprese, sviluppate e coltivate. Parlare di felicità come competenza non significa però sostenere che ciascuno controlli completamente il proprio livello di felicità.
I quattro pilastri sono Noi – Io, Essere – Fare e Avere, Chimica Positiva – Chimica Negativa, Disciplina – Caos.
Sono la sintesi proprietaria attraverso cui 2BHappy organizza alcuni grandi nuclei ricorrenti della letteratura scientifica e li rende memorizzabili e applicabili. Non pretendono di rappresentare l’unica tassonomia scientificamente possibile del wellbeing.
L’Energy Management è il modello operativo attraverso cui 2BHappy collega i principi della Scienza della Felicità alla capacità di riconoscere, utilizzare, proteggere e rigenerare le energie fisiche, emotive, mentali e spirituali.
La Scienza della Felicità contribuisce a comprendere il funzionamento umano; le Organizzazioni Positive traducono queste conoscenze nella progettazione delle condizioni culturali, comportamentali e organizzative.
No. Le emozioni spiacevoli fanno parte della vita e svolgono funzioni importanti. La Scienza della Felicità non coincide con positività permanente o pensiero positivo.
Alcune critiche sono importanti e riguardano soprattutto semplificazione, toxic positivity, individualizzazione del malessere e utilizzo strumentale del wellbeing. Queste critiche aiutano a distinguere la ricerca scientifica dalle sue applicazioni superficiali.

Scopri come intervenire su cultura, comportamenti e processi e sviluppare competenze per generare Equilibrio Umano ed Economico.
Parliamone

