ARTICOLO

02.05.2025

Happiness@Work Toolkit #3 | Il potere della vulnerabilità

Di Melania Puolo

Il potere della vulnerabilità per allenare la felicità, anche in ufficio

C’è stato un tempo in cui, entrando in ufficio, indossavo un’armatura invisibile: professionalità impeccabile, emozioni sotto controllo (o almeno, questa era l’illusione!), vulnerabilità ridotta al minimo.
Ero quella che in riunione non faceva mai una domanda per il timore di apparire poco competente, che evitava di condividere dubbi o perplessità per la paura di sembrare poco sveglia.
Ricordo bene quella pretesa di infallibilità, che ha caratterizzato i primi anni del mio percorso professionale e, più avanti, l’inizio di ogni nuova esperienza lavorativa. Più mi trovavo nella condizione della principiante, più i miei sforzi per ridurre al minimo ogni percezione di vulnerabilità aumentavano.
I fattori scatenanti possono essere tanti, per me lo era la percezione che avevo del mio livello di competenza, per altri potrebbe essere la difficoltà ad adattarsi a un nuovo contesto aziendale, la pressione delle scadenze, la fatica di armonizzare tempi di vita e di lavoro, e così via.

In molte organizzazioni, nascondere la propria vulnerabilità sembra essere la norma: apparire costantemente performanti, energici, brillanti, con la risposta pronta e l’opinione pertinente sempre a portata di mano.

Eppure, oggi un numero crescente di studi e ricerche ci invita a ribaltare questa prospettiva.

E se fosse proprio la vulnerabilità condivisa il nostro superpotere nascosto al lavoro? Quella vulnerabilità che, lontana dal renderci fragili, può diventare uno strumento potente di self-empowerment.

Oggi mi sono riappropriata della bellezza dei “non so”, delle domande, della possibilità di darmi tempo e di vivere con curiosità la condizione della principiante. Quando dichiaro di non sapere, mi do il permesso di ascoltare di più, di essere più presente e curiosa, di godere del processo di apprendimento.
Non è stato facile: è stato un percorso lungo, in cui il coaching ha giocato un ruolo fondamentale nell’aiutarmi a vedere la vulnerabilità da un’altra prospettiva, a riconoscerne il valore e i benefici per la mia crescita professionale e la possibilità di vivere con più soddisfazione e felicità il mio lavoro.

In questo articolo, esploreremo allora come la vulnerabilità possa diventare una leva di crescita personale e di felicità in ufficio, attraverso suggerimenti pratici per allenarla ogni giorno.

 

Dalla vulnerabilità come debolezza alla vulnerabilità come forza

Marco è un project manager in una grande azienda. Dopo mesi di lavoro intenso, il suo progetto fallisce. Anziché cercare giustificazioni o nascondere il fallimento, Marco sceglie di convocare una riunione con il suo team, raccontare le sue emozioni di frustrazione e delusione, e chiedere apertamente un confronto per capire cosa è andato storto. Quel momento di vulnerabilità trasforma il clima del team: le persone si sentono più coinvolte, responsabili, solidali e autorizzate a loro volta a condividere errori e fallimenti in una prospettiva di crescita personale e di team. La cultura della fiducia ne trae beneficio, così come l’evoluzione del team nel suo complesso.

Brené Brown, ricercatrice presso l’Università di Houston e podcaster, ha dedicato la sua carriera a studiare temi come la vulnerabilità, la vergogna, il coraggio e l’empatia.

Una delle lezioni che ha condiviso è questa: il vero potere della vulnerabilità è creare connessioni autentiche che diventano la base della resilienza e del successo.

L’autenticità è la pratica quotidiana di lasciar andare chi pensiamo di dover essere e abbracciare chi siamo davvero. Scegliere l’autenticità significa coltivare il coraggio di essere imperfetti, di stabilire dei confini e di essere vulnerabili.


― Brené Brown, The Power of Vulnerability: Teachings of Authenticity, Connections and Courage

 

Consiglio di ascoltare questo intenso e divertente TEDxHuston: Brené Brown – Il potere della vulnerabilità

 

Quando abbracciamo la nostra vulnerabilità in ufficio, stiamo creando le basi per relazioni più autentiche, comunicazioni più efficaci e team più coesi. L’autenticità, nutrita dalla vulnerabilità, è il collante invisibile che rende un ambiente di lavoro non solo produttivo, ma anche profondamente umano. Una condizione essenziale per sperimentare felicità nei nostri ambienti di lavoro.

 

Strumenti pratici per coltivare la vulnerabilità sul lavoro

Se la vulnerabilità può diventare una chiave per il nostro empowerment personale e professionale, la domanda che possiamo porci è: come allenarla nella quotidianità lavorativa?

Si tratta di scelte consapevoli che, giorno dopo giorno, contribuiscono a consolidare relazioni più autentiche e ambienti di lavoro più umani.

Ecco cinque pratiche semplici ma potenti che possiamo integrare nella nostra esperienza lavorativa, per vivere e valorizzare la vulnerabilità come fonte di forza e connessione.

 

  1. Praticare la comunicazione empatica

La comunicazione empatica implica il coraggio di condividere pensieri ed emozioni autentiche, senza paura del giudizio, usando un linguaggio non accusatorio. È un allenamento quotidiano: richiede consapevolezza di ciò che sentiamo e la volontà di esprimerlo con rispetto.

Praticare la comunicazione empatica significa essere disposti a scendere su un terreno comune con l’interlocutore, senza maschere, senza ruoli imposti.

Questo tipo di comunicazione richiede un ascolto profondo, privo di pregiudizi, e una risposta che non sia di difesa o di attacco, ma di apertura e riconoscimento.

La comunicazione empatica favorisce la costruzione di relazioni di fiducia, permette di sciogliere incomprensioni prima che si trasformino in conflitti, e rende possibile una collaborazione autentica, dove ciascuno si sente visto, ascoltato e rispettato. È un’arte che si affina nel tempo, imparando a rimanere presenti nelle conversazioni difficili, ad ascoltare le emozioni non dette, e a rispondere con coraggio e gentilezza.

Mettiamo in pratica!

Utilizza frasi che partono da “Io sento”, “Io penso”.

Parlare in prima persona aiuta a prendersi la responsabilità delle proprie emozioni e opinioni, evitando di puntare il dito o innescare difese nell’altro. Dire “Io sento che…” o “Io penso che…” crea uno spazio di dialogo più aperto, sincero e rispettoso.

Rallenta prima di rispondere: ascolta veramente l’altro.

Hai presente quando ascolti non per comprendere, ma per replicare? L’altra persona sta parlando, e intanto la tua mente è già impegnata a pensare a cosa rispondere per apparire brillante e competente.

Oppure capita di ascoltare solo a metà, soprattutto quando percepiamo un feedback come una critica personale, e ci chiudiamo in una modalità difensiva. O ancora, quando il tuo manager ti presenta un nuovo progetto e ti accorgi che hai smesso di ascoltare davvero, perché sei già concentrato su quanta fatica richiederà quella nuova attività.

In tutte queste situazioni, la vulnerabilità consiste nell’accettare di essere presenti senza avere subito tutte le risposte, senza dover apparire perfetti o invincibili.

Fare un bel respiro prima di rispondere ci permette di sospendere il bisogno di difenderci o di dimostrare qualcosa, e di dare piena attenzione a ciò che l’altro sta davvero comunicando.

È in questo spazio di consapevolezza che possiamo cogliere i significati più profondi oltre le parole e scegliere come rispondere, con intenzionalità e non in modo reattivo, per condividere anche dubbi e timori.

 

  1. Ammettere gli errori e celebrare l’apprendimento

Ammettere gli errori significa liberarsi dal peso della perfezione, consentendo la costruzione di una cultura basata sulla fiducia.

Quando scegliamo di riconoscere un errore apertamente, inviamo un messaggio potente: “Sbagliare è umano, ed è da qui che impariamo“. Questa attitudine spezza il ciclo della colpa e dell’auto-giudizio che spesso blocca l’innovazione e inibisce la collaborazione. Ammettere un errore con i propri colleghi o i manager richiede vulnerabilità, ma è proprio questa vulnerabilità che costruisce credibilità, rispetto e autorevolezza autentica.

Celebrando l’apprendimento che nasce dagli errori, normalizziamo il fallimento come parte del percorso di crescita, anche professionale. Si tratta di valorizzare la capacità di riflettere su quanto accaduto e sull’insegnamento, correggere e migliorare. In questo modo, gli errori possono diventare occasioni di confronto, di revisione creativa dei processi e di rafforzamento dei team.

Mettiamo in pratica!

Riconosci i piccoli errori quotidiani come parte fisiologica del percorso professionale.

Nella vita lavorativa, “inciampare” semplicemente accade, durante il percorso.  Accettare che piccoli errori fanno parte del processo di crescita professionale permette di alleggerire la pressione della perfezione, darsi il permesso di sperimentare e di favorire un ambiente dove si può imparare con maggiore libertà e creatività.

Riconosci apertamente quando qualcosa non è andato come previsto.

Non minimizzare né nascondere gli errori: nominarli apertamente, con trasparenza e senza drammatizzare, è un buon indicatore di maturità professionale e capacità di leadership, a prescindere dal ruolo ricoperto.

Sii curioso: cosa posso imparare da questa esperienza?

Ogni errore o fallimento porta con sé una lezione. Invece di cadere nella trappola dell’autocritica, coltivare un atteggiamento di curiosità consente di trasformare ogni inciampo in un’opportunità concreta di apprendimento e miglioramento.

 

  1. Riconoscere e accogliere i momenti di disagio

Negare o reprimere le proprie emozioni può solo amplificarle.

Provare disagio quando viviamo emozioni meno gradevoli non è un segnale di debolezza, ma un’indicazione preziosa che qualcosa merita attenzione. Quando ci permettiamo di riconoscerle, che siano ad esempio stress, frustrazione, paura o insicurezza, impariamo a relazionarci con noi stessi in modo più compassionevole. Anziché combattere contro queste emozioni o reprimerle, possiamo esplorarle con curiosità e senza giudizio.

Quando nominiamo un’emozione, la disinneschiamo. Quando la condividiamo, costruiamo ponti di comprensione reciproca.

Mettiamo in pratica!

Nota le tue emozioni senza giudicarle.

Il primo passo per una gestione emotiva sana è osservare ciò che proviamo senza etichettarlo come “giusto” o “sbagliato”. Le emozioni non sono un problema da risolvere, ma segnali da ascoltare. Accettare la presenza di emozioni difficili ci permette di non esserne sopraffatti e di scegliere come agire con maggiore consapevolezza. Si tratta di rivolgerci a noi stessi con la stessa gentilezza e comprensione che riserveremmo ad un amico che sperimenta un momento di difficoltà emotiva.

Se ti senti a disagio, fermati: respira profondamente, riconosci ciò che stai provando.

Quando il disagio affiora, la tentazione è di ignorarlo o di reagire impulsivamente. Fermarsi, fare un respiro profondo e dare un nome all’emozione che stiamo vivendo è un gesto potente di autoconsapevolezza e il primo passo per iniziare a navigare le nostre emozioni in modo costruttivo.

Cerca alleati: condividere il disagio rende più leggeri.

Non siamo soli nei nostri vissuti emotivi, anche se a volte può sembrarlo. Condividere il proprio stato d’animo – che si tratti di una presentazione andata male, della difficoltà a entrare in relazione con il proprio manager, o della delusione per una promozione mancata – con un collega o un mentor fidato non solo alleggerisce il peso, ma crea connessioni più profonde e autentiche.
Parlarne trasforma il disagio da barriera a ponte: spesso, infatti, chi ci ascolta sta vivendo o ha vissuto qualcosa di simile. Condividere apre la strada alla reciprocità, dando anche all’altro il permesso di mostrarsi più autentico e a sua volta vulnerabile.

 

Se sei HR o Manager: come valorizzare la vulnerabilità nella tua organizzazione

Come leader o professionista HR, puoi diventare un catalizzatore di un cambiamento culturale profondo all’interno della tua organizzazione.

Un primo passo fondamentale è creare spazi sicuri per l’espressione autentica: ambienti in cui ogni persona si senta libera di condividere idee, emozioni, dubbi e insicurezze senza il timore di essere giudicata o penalizzata. La sicurezza psicologica, come sottolineano anche gli studi di Amy Edmondson, ricercatrice presso la Harvard Business School e studiosa di leadership e apprendimento organizzativo, è la base imprescindibile di ogni team di successo. Quando le persone percepiscono di poter parlare senza rischi, diventano più propense a proporre soluzioni innovative, a collaborare e a sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Favorire questi spazi richiede un impegno costante: significa sostenere l’ascolto attivo nei meeting, riconoscere apertamente i contributi di ciascuno, valorizzare gli errori come tappe naturali del processo creativo e intervenire con prontezza e coerenza davanti a comportamenti che minacciano il clima di fiducia.

Un altro passo chiave è formare i manager per favorire uno stile di leadership positivo che integri competenze come l’ascolto attivo, la comunicazione non violenta e la l’intelligenza emotiva.

 

Conclusioni: la vulnerabilità come chiave di felicità e di successo

Nell’ immaginario collettivo, la carriera è spesso associata alla forza, alla determinazione, alla resilienza. Ma forse è arrivato il momento di ridefinire cosa significhi davvero essere forti.
Essere forti non significa non cadere mai, ma avere il coraggio di rialzarsi mostrando anche le proprie ferite, facendone un’opportunità di evoluzione e dono di condivisione. In questo senso, la vulnerabilità non ci rende solo più resilienti: ci rende antifragili, come suggerisce il saggista, matematico e filosofo Nassim Nicholas Taleb. L’antifragilità è la capacità di non solo resistere agli urti della vita, ma di evolvere grazie a essi, una qualità fondamentale per esercitare flessibilità e innovazione. Proprio come nell’arte giapponese del kintsugi, dove le crepe delle ceramiche rotte vengono riparate con l’oro, la nostra vulnerabilità non va nascosta o camuffata, ma valorizzata.

Nascosto dietro la corazza si cela spesso il nostro potenziale più autentico. Solo togliendo l’armatura possiamo riscoprire quella forza gentile che non solo migliora le nostre relazioni, ma ci rende anche più creativi, più resilienti e, soprattutto, più felici.

Se desideri iniziare a coltivare ogni giorno la tua vulnerabilità come fonte di forza e autenticità, anche a lavoro, abbiamo preparato per te un workbook: troverai esercizi pratici per allenare la comunicazione empatica, accogliere il disagio, trasformare gli errori in apprendimento e creare connessioni autentiche.

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HR, Talent & People Care Advisor, sono CHO certificata, esperta di People Development e di sviluppo di ambienti di lavoro orientati al benessere. Come Business & Career Coach, accompagno le persone in percorsi di scoperta e valorizzazione delle proprie potenzialità, per disegnare traiettorie professionali in armonia con i propri valori e obiettivi. Lettrice compulsiva, amo la fotografia e i film che ribaltano le prospettive.

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