EDITORIALE

03.10.2025

Come sopravvivere al tagadà quotidiano. Senza adattarsi sempre.

Di Cristiana Vasino

Scrivere di vulnerabilità oggi sembra quasi d’obbligo per chi si occupa di mente e di psiche, ma soprattutto di emozioni, relazioni, insomma di storie di vita e quindi, soprattutto, di Persone con la propria varia umanità.
Ma se si sposta il fuoco dalla mera trattazione teorica – e, lasciatemi dire, anche un po’ sorniona – del “è bello essere vulnerabili, diciamocelo tutti insieme, mal comune mezzo gaudio” (spesso molto acchiappa-like), si incontra la realtà.

Una realtà in cui la vulnerabilità è ancora percepita come fragilità: qualcosa da nascondere, da negare (soprattutto a se stessi), o almeno da tollerare male.

Quando mi sono avvicinata alla fatica esistenziale era il 1993. Avevo 19 anni e chiesi di fare un periodo di volontariato all’ex ospedale psichiatrico di Genova. Non c’era una ragione unica. Ma una cosa la ricordo: volevo farmi raccontare, avvicinarmi ad altri modi di vivere questa vita, ascoltare come l’uomo possa essere atroce in nome della cura con i suoi simili, e come la cura, a volte, diventi solo una parola che scivola in dimenticanza e oblio. 

Rimasi lì cinque anni. Mi occupavo di organizzare feste per qualsiasi circostanza, balli più o meno sensati, trasferimenti di cartelle cliniche, di oggetti di medicina passata, di beni personali da reparti ormai chiusi a comunità. E molte altre cose ancora: pizze serali e yoga compresi.
È lì che ho toccato con mano lo spessore della vulnerabilità, ma anche della resilienza, della sopravvivenza strenua e quasi folle dentro la “mattìa” di molte persone.

Ho visto il peggio e l’adattamento, il meglio proprio non lo posso dire. Ma ho visto anche la capacità di resistere lasciandosi portare dal fiume, come scelta più o meno consapevole.

Ho iniziato così, e non mi sono mai più fermata.

Il mindset che ho oggi è un tutt’uno con quello di chi ascolta storie, sta con persone, incontra modi di stare al mondo da trent’anni, in mille contesti.
E cosa posso portare qui come riflessione? Che forse vale la pena fermarsi, anche solo un secondo impercettibile.

Fermarsi davvero non significa ripetere i mantra che ormai leggiamo ovunque – che ci sono le crepe, che bisogna rallentare.

Significa tollerare la paura di restare immobili un attimo, controcorrente. Anche solo uno.

Il mondo andrà avanti lo stesso. Con o senza il nostro respiro sospeso. È il nostro bisogno, non il suo.

Eppure, a volte basta davvero un attimo.

Ricerche pubblicate su Harvard Business Review hanno mostrato come micro-pause di pochi minuti durante la giornata possano abbassare il livello di stress percepito e sostenere l’energia necessaria a lavorare e relazionarsi meglio.

Non servono pratiche lunghe o discipline complesse: è sufficiente concedersi il diritto di interrompere la corsa, anche solo per riprendere fiato.

Il timore, più che di fermarsi, sembra quello di “rimanere indietro”.

Ma siamo certi che accada davvero in ogni campo? O non è piuttosto la somma di piccole tensioni invisibili, i cosiddetti micro-stress — email inevase, richieste improvvise, tempi compressi — ad assorbire lentamente la nostra energia fino a renderci esausti? È quell’accumulo silenzioso, più che i grandi eventi, a spegnerci.

In questi momenti, la consapevolezza diventa un alleato concreto.

Studi di neuroimaging condotti alla UCLA hanno mostrato che dare un nome alle emozioni (“questa è rabbia”, “questa è tristezza”) riduce l’attività dell’amigdala, la regione cerebrale che attiva l’allarme, e con essa la pressione emotiva. Non è un esercizio astratto: è un modo semplice per riconoscere ciò che ci attraversa e non lasciarcene travolgere. 

Non so se ho centrato il punto, ma so che per occuparsi di vulnerabilità come risorsa umana – quella che ci rende simili persino al nostro capo supremo (provate a immaginarl* in un momento di vulnerabilità: vedrete come cala la tensione) – bisogna essere coraggiosi.

Parlare di imperfezione, di felicità, di ciò che potrebbe farci sorridere di nuovo, significa avere la forza di bloccare per un secondo il tagadà impazzito.

Non è facile. Se lo fosse, non sarebbe una conquista. Non sarebbe cambiamento.

La letteratura e l’arte lo ricordano con semplicità.

“Creatività è permettere a sé stessi di fare errori. Arte è sapere quali tenere”, scrive il fumettista Scott Adams.

Marilyn Monroe aggiungeva:

“L’imperfezione è bellezza, la follia è genio ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.”

Forse la vulnerabilità non è altro che questo: un modo imperfetto, creativo e a tratti ridicolo di restare vivi. 

Buon vento, cari lettori.

***

Cristiana Vasino, è psicologa, psicoterapeuta e Chief Happiness Officer. Progetta podcast e contenuti narrativi per aziende, intrecciando psicologia e storytelling. Si occupa di formazione, anche in contesti interculturali, con particolare attenzione alla gestione delle emozioni complesse, soprattutto in ambito salute.
Porta nel business trent’anni di esperienza nel dare voce a ciò che spesso resta invisibile nelle persone e nelle organizzazioni.

***

Per approfondire leggi anche

Brené Brown, La forza della fragilità, Vallardi, 2013.
– Uno dei testi più accessibili e chiari sul valore della vulnerabilità come risorsa.

Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, 2014.
– Racconto poetico e delicato di come la fragilità attraversi tutte le vite.

Vito Mancuso, La forza di essere migliori, Garzanti, 2019.
– Un invito a guardare l’imperfezione e la vulnerabilità come possibilità di crescita spirituale e quotidiana.

Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, il Mulino, 2004.
– Un testo denso ma divulgativo, che mostra come le emozioni abbiano valore cognitivo e siano parte del nostro vivere bene.

Alain de Botton, Le consolazioni della filosofia, Guanda, 2001.
– Brevi capitoli su come grandi pensatori ci aiutano a fare i conti con fallimenti, limiti, imperfezioni.

Oliver Burkeman, Quattro mila settimane. Tempo e come usarlo davvero, Mondadori, 2022.
– Un libro leggero ma profondo su tempo, pause e consapevolezza nella vita moderna.

Alain de Botton, Il piacere di soffrire, Guanda, 2019.
– Raccolta di riflessioni brevi che collegano vulnerabilità, dolore e creatività alla condizione umana.